Scrittura


Il genio e l'ingegnere

 Descrivere se stessi e la propria interiorità attraverso l’uso delle parole, con la loro sonorità e la loro incontrovertibile verità. 

Trascrivere in versi ogni sensazione, ogni emozione vissuta che si ha paura di far emergere in altri modi.
La passione per la poesia, ecco, è nata in me come un bisogno; il bisogno di riuscire a ritrovare fuori ciò che era sepolto dentro di me. 
Immagini sfocate di un passato perduto…
Traumi e paure che ho sempre condiviso soltanto con i miei fogli bianchi, che ho riempito di versi, fiumi di parole che scorrevano, frenetici, dalla mia mano e che mi hanno portata a restare sempre affascinata dinnanzi alla bellezza disarmante della poesia. Ho iniziato a guardarmi dentro, a conoscermi davvero soltanto con la poesia; da quel momento sono emerse della problematiche che mi hanno destabilizzato e, a volte, mi hanno portato ad avere paura di me stessa. 
La capacità di utilizzare le parole per descrivere una violenza, fisica o psicologica, questo è diventato per me poesia, durante l’adolescenza. Strumento di sfogo, inizialmente; poi, mi ha guarito.
Ha salvato la mia anima.
La Lirica di Saffo che, innamorata della forza dell’amore, non l’ha mai abbandonato, pur considerandolo una “dolceamara invincibile belva”, ha curato le ferite del mio cuore.
La tragedia di Antigone, che ha lottato da sola per un ideale, sacrificando se stessa per rendere eterno l’amore per il fratello, mi ha dato la forza di poter credere negli uomini. Questo non darsi mai per vinti, questo cercare di superare i propri limiti, pur avendo la consapevolezza di possederli per natura, sforzarsi di crescere, di migliorare, di spingersi oltre quella siepe che in ogni modo cerca di trattenerci in basso, per farci rimanere poveri, mediocri, finiti. 
La sfida che la vita ci pone è di superare quella siepe, senza temere ciò che possa esserci al di là; sperimentare, soffrire, farsi del male di fronte al dolore; meravigliarsi, gioire, incantarsi di fronte alla bellezza della propria esistenza. E’ questo quello che Leopardi insegna. La sua inadeguatezza nei confronti del mondo nasce da questo bisogno di vedere oltre e di trovare, in quell’infinito misterioso, non un dio, un’entità superiore che regali la felicità eterna come premio a chi abbia vissuto una vita di rinunce e, spesso, di ipocrisia. Leopardi, al di là della siepe, trova se stesso. Un uomo, con tutte le contraddizioni, le paure e le angosce che lo contraddistinguono; un uomo, consapevole del fatto che quell’infinito non sarà composto da felicità e perfezione, perché l’uomo è destinato a morire e, con questa certezza, non può vivere la vita con spensieratezza.
Leopardi affida l’uomo soltanto a se stesso. L’infinito di trova qui, in questa vita e consiste nella volontà e nella capacità di guardare oltre attraverso se stessi. Questo processo richiede sofferenza e un’operazione di catarsi, dopo la quale il mondo apparirà in maniera diversa, in maniera migliore…e il naufragar sarà dolce in questo mare.
Quando ho cominciato a scrivere non sapevo bene cosa stessi facendo. Avevo otto anni e, mentre a scuola, durante le ore di lezione, studiavo ancora i tempi e i modi verbali, a ricreazione e a casa prendevo il mio quadernetto a fiori, lo aprivo e mi immergevo in un mondo che era solo mio. Ricordo che non pensavo mentre scrivevo; scrivevo e basta, come ipnotizzata dal suono delle parole che spesso accostavo l’una accanto all’altra semplicemente perché mi piaceva la loro musicalità. Ho imparato a suonare le percussioni e mi veniva semplice riportare questo mio innato senso del ritmo all’interno di ciò che scrivevo.
Stavo cominciando a prendere coscienza di me stessa, stavo imparando a “razionalizzare” le mie emozioni, ad incanalarle in vista di un fine ultimo, che era quello della poesia. Fare emergere il mio dolore solamente quando sentivo il bisogno di trascriverlo in versi. Ho imparato a gestire le mie paure, quelle più profonde, facendo in modo che ogni poesia potesse dirsi conclusa in se stessa. Ho dovuto alienarmi da me stessa, per non perdermi.
E’ necessario stabilire dei criteri da rispettare, degli argini che contengano la propria frenesia, per fare in modo che dal proprio malessere possa nascere qualcosa di costruttivo. E’ necessario scegliere cosa dire e quale sia il modo migliore per esprimerlo. Porsi un obiettivo e cercare di raggiungerlo attraverso un accurato lavoro di labor limae e con degli accorgimenti che permettano di esprimere pienamente la Bellezza.
La bellezza, intesa come sublime, commistione di paura e stupore, grandezza spropositata del proprio animo. 
“Il Corvo” esprime tutta questa bellezza, attraverso l’utilizzo di un refrain , “nevermore”, che si ripete alla fine di ogni strofa e che dà una forte sensazione di malinconia e di angoscia. Nevermore, mai più. E’ una certezza.
Una parola ripetuta meccanicamente da un corvo poggiatosi su una statua di Pallade all’interno di una casa in cui avevano vissuto un uomo e la sua amata, ormai morta. Questa parola riecheggia all’interno delle mura e allo stesso modo rimbomba dento il poeta, che interroga volontariamente il corvo, pur sapendo che riceverà sempre la stessa risposta; quella risposta che lui che lui stesso non riesce a pronunciare, ma che vuole continuare a sentire per avere la certezza assoluta che MAI PIU’ rivedrà la sua amata.
A volte, paradossalmente, ci rifugiamo nella dimensione del dolore; avvolgiamo noi stessi in questa nube di sofferenza perché ci sentiamo spesso gratificati, quasi “giustificati” dalla nostra condizione.
Il dolore diventa il nostro scudo, la chiave che chiude la porta verso il mondo. 
Il fine ultimo di Edgar Allan Poe è proprio quello di esprimere il suo dolore attraverso l’utilizzo di una struttura fissa, statica, pensata e costruita passo dopo passo, ma che riesce comunque a far entrare in contatto poeta e lettore, in una dimensione di empatia che lascia una sensazione di dolore e di angoscia, al termine della lettura della poesia. 
La poesia mi ha aiutato, prima inconsciamente, poi sempre più consapevolmente, ad uscire dal mio dolore, ad aprire gli occhi e il cuore ad un mondo che ho scoperto esser fatto anche di bellezza, una bellezza che risiede nella volontà di tendere sempre verso quell’infinito che non teme orizzonti e che non teme neppure la morte.
 
 Adriana Buscemi 
CdL: Studi filosofici e storici/ curriculum Filosofico
A.A 2014-2015

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