Scrittura


Ex Voto

Ex Voto
(Per Grazia Ricevuta)

 

(marzo – aprile 2012)
Ex Voto
(Per Grazia Ricevuta)


1.

1979 (p.g.r.)

È arrivata come un pesce d’aprile
bussando a sorpresa
allo scrigno di una inquietudine.
E chi, da ragazzo, non ha da esibire
i suoi bei trofei di solitudine,
le sue piccole cicatrici?
E da far la sua brava discesa
a scrivere cosmi sull’arenile?


2.

1980 (p.g.r.)

Il balcone di Garcia Lorca
per me era davvero aperto:
fra Granada, Madrid e New York
il poeta che primo ho scoperto
ricalcando le sue cantilene
con amore e intraprendenza;
scritti in rosso su fogli a quadretti
versi pieni di riconoscenza.

3.

1981 (p.g.r.)

“Il cielo di un agosto siciliano”,
le canzoni cólte di Vecchioni,
l’adolescenza su un letto di Procuste;
in licenza premio dai parenti
dopo il Sessanta alla maturità
recavo dai templi di Girgenti
una vitalità insospettata;
e qui la poesia si è presentata.


4.

1982 (p.g.r.)

Sul treno da casa a Pavia
leggevo Eliot e Pasolini
fumando Chesterfield senza filtro
con gli occhi accesi di malinconia.
Era solo il servizio di leva
ma riempii pagine di quaderni
fossi Ungaretti o Piero Jahier;
gettai il mio Bailey in mezzo a due inverni.


5.

1983 (p.g.r.)

Lento, ma certo, Pasolini –
Le ceneri di Gramsci, L’Appennino –
mi entrava nel cuore e nelle orecchie;
la Lettera 22 sul tavolino
della mia cameretta concertava
le ansie di gioventù, ed un dolore
senza buone ragioni all’apparenza,
ma del quale non sapevo fare senza.


6.

1983 (p.g.r.)

Dei racconti di Edgar Allan Poe
ero da sempre innamorato,
e Il crollo della casa Usher
mi aveva propriamente fascinato:
mi immaginai recluso, come Roderick,
nel nido gotico della mia mente,
e come lui oppresso da un rondò
di sensazioni diafane e violente.


7.

1987 (p.g.r.)

Negli undici minuti di The End
Jim Morrison era formidabile:
voce di puro folle incontro al buio,
eroe mystes dentro una rock band.
Si dice abbia inscenato la sua morte
per scrivere in pace poesia:
per me divenne Orfeo, presso le porte
ancora schiuse su una peripezia.

 

8.

1988 (p.g.r.)

Fu andando a caccia di discariche
abusive e meditando sul Waste Land
di Thomas Eliot che mi venne l’idea:
i rifiuti che stiamo seppellendo
e che un giorno ci seppelliranno
raccontati fra mito ed ironia,
chimica e tristezza dentro taniche
che in futuro saranno archeologia.


9.

1989 (p.g.r.)

James George Frazer, Georges Bataille,
René Girard, e, una volta ancora,
l’ombra di Thomas Eliot: inquiete
ed inquietanti, cupe ponderazioni
sul senso della festa come rigenerazione,
sul mito, il rito, la violenza, sulla sete
di un respiro di tempo sibillino.
Rischiose acrobazie senza rete.


10.

1990 (p.g.r.)

La foto di un water-closet adagiato
al centro di una chiazza di monnezza
sembra lanciare un monito: “È stato
atto non privo di consapevolezza:
poesie strette fra dono e mercato
come fra i piatti di questa copertina”.
Il mio libro l’avevo pubblicato,
il mio dente da latte alla Fatina …


11.

1991 (p.g.r.)

Ero sposato soltanto da tre mesi
e, assaporando la felicità,
non rinunciavo a farne l’esegesi,
un accurato test di liceità:
perché la gioia, sentivo, era macchiata
da una Storia dispotica ed iniqua
e la nostra pace seminata
nei uoi solchi di dolore e di fatica.


Tavola fuori testo.

Celebrare non vuol forse dire
accordare un po’ troppa importanza
a quello che, distratti a non finire,
non si è riconosciuto mai abbastanza?
Di Giornate son pieni i calendari
e c’è anche quella della poesia:
ma i poeti son troppi e troppo rari
e la festa sa di malinconia.

(21 marzo 2012, XIII Giornata Mondiale della Poesia)


12.

1991 (p.g.r.)

Il padre siciliano, la madre
romagnola: io avrei potuto,
avendo alle spalle tale squadra,
conoscere almeno due dialetti:
ma entrambi mi vennero negati.
Uno, così, l’ho preso e l’ho studiato,
da lingua desiderata a poesia:
Tonino Guerra, ignaro, mi ha guidato.


13.

1991 (p.g.r.)

I Test Dept. sparati nello stereo,
i saggi di Kenneth Hudson aperti -
come Gaston Lucas fabbro ferraio
e le fotografie di Uliano Lucas -
sulla scrivania, continuamente.
Tre mesi, da novembre a gennaio,
di tempi tolti al riposo e spesi
in poesia civile, combattente.

 

14.

1992 (p.g.r.)

Matsuo Bashō, Jack Keruac, Ungaretti:
l’haiku è un miracolo in tre versi
che dal Giappone e la sua tradizione
ha sedotto i poeti più diversi.
Fui colto anch’io dall’illuminazione
di quei modi poveri e perfetti,
di quella poesia esatta e pura
come un germoglio in mezzo a una radura.


15.

1993 (p.g.r.)

La parola, pensavo, non è testo,
trame ed orditi stesi sul silenzio,
ma l’esito insanabile di un gesto
duro e preciso, di un atto violento.
Il silenzio sanguina, non soffoca,
poiché la parola lo ferisce:
la poesia è una festa orfica
dove il silenzio muore e non finisce.


16.

1994 (p.g.r.)

E poi trovai parole nella veglia:
per il canto e il respiro della terra,
per acquietare una bambina sveglia
nel cuore della notte, per la fiera
caparbia cerca di un significato
del tracciare dei passi sopra un suolo.
Non so neanche se fu proprio cercato
quel che trovai: ma mi levai in volo.


17.

2001 (p.g.r.)

La morte del padre fu un evento
che mi colse pronto e impreparato:
avevo da dire cento e cento
cose, eppure quasi frastornato,
non riuscivo a tradurre in poesia –
come sentivo di dovere fare –
il cuore naturale di quel dramma;
balbettai il mio sconcerto in epigrammi.


18.

2003 (p.g.r.)

E se quella del padre sconcertava
quando, come a Ungaretti o a Mallarmé,
la morte suo malgrado domandava
il tributo di un figlio pure a me,
anche se il silenzio era remoto
tuttavia la parola brancolava;
tra il grido e l’afasia presi il cimento
di petto, fidando ancora nel frammento.


19.

2004 (p.g.r.)

Da Chrétien al cinema di Syberberg
passando per Bayreuth, la Terra Guasta,
Il mattino dei maghi, fino a aspergere
di sangue smemorato un bel week-end
fra le giostre e le baracche di GraalLand:
in sei giorni di impeto entusiasta
mi riuscì quel che in anni era fallito;
un poemetto su Parsifal e il Mito.


20.

2012 (p.g.r.)

In trentacinque anni di poesia
ho scritto cose brutte, buone, egregie:
ma non è di questo, tuttavia,
che si parla in questo florilegio.
La poesia si incastra con la vita
alcune volte in modo sorprendente,
proprio come una grazia ricevuta:
morbo e cura contemporaneamente.

 

 


Note.


Nella mia storia di poeta ci sono stati dei momenti nei quali un progetto di scrittura, la riflessione etica ed estetica su di esso, la sua composizione, il suo essere dentro alla vita quotidiana (e, allo stesso tempo, strappato alla fatica della vita quotidiana), l’ispirazione e la traspirazione - per citare una celebre battuta di T.A. Edison -, tutto questo si è coagulato in una condizione di equilibrio tale da far pensare a un vero e proprio stato di grazia, per altro a prescindere dalla bontà del risultato finale. Ciascuno di questi momenti può considerarsi anche come una manifestazione di “guarigione”, dalla bruttezza o anche soltanto dalla mediocrità del linguaggio, l’epifania di un sollevamento della parola dalla Koinè alla quale essa è condannata dall’uso che se ne fa nella comunicazione corrente, compresa parte di quella letteraria: ciò che il poeta cerca, o dovrebbe cercare, di fare col suo lavoro, come sosteneva Pier Paolo Pasolini.
Uno stato di grazia, e un fenomeno di guarigione, meritano un riconoscimento, un atto di gratitudine: ecco così gli ex voto verbali che, uno dopo l’altro, identificano quelli che io considero gli “stati di grazia” della mia vicenda di poeta, lo ribadisco non tutti necessariamente coincidenti con le cose più belle che credo di aver scritto. Ma c’è un paradosso, evidente: la poesia viene usata come congratulazione circa altra poesia, la parola diventa autoreferenziale e si avvita ambiguamente su sé stessa. Ecco allora in esergo il provvidenziale disincanto di Giorgio Caproni, che “apostrofando” i caccianti protagonisti di Il Conte di Kevenhüller (1986) avverte quanto sia inutile intraprendere un corpo a corpo con un nemico (la “Bestia”, allegoria della “radicale improprietà” del Male e dello “accanito quanto vano tentativo di catturarla e farla propria”, ma anche “cifra della vita e del linguaggio” – Giorgio Agamben) che di fatto ci contiene al suo interno. La poesia cerca di salvare la lingua, ma anche di salvarsene, e il poeta perciò si cura della stessa sostanza che in fondo lo avvelena.

1. Frammenti, versi e poesie (1974-1979) Comincio a scrivere poesie quasi per scherzo, quando all’ I.T.I.S. di Forlì, dove studio chimica industriale, scopro che un mio caro compagno di classe (e di banco) si diletta di versi. Non so come mi viene in mente di dire che lo faccio anch’io (sì, l’avevo fatto a dieci anni, ma a sedici le filastrocche su Paperino non sono molto attendibili … ), e così devo darmi da fare per produrre le “prove” a sostegno della mia dichiarazione.

2. Fogli protocollo (1980-1981) Una parte significativa del mio apprendistato si concentra sulla imitazione dei miei due poeti preferiti dell’epoca, Giuseppe Ungaretti e, in questa raccolta, Federico Garcia Lorca.

3. Il Tempio di Ercole e altre poesie (1981) Il premio per il conseguimento della maturità col massimo dei voti è uno spartano campeggio con alcuni amici all’Isola del Giglio e, subito dopo, qualche giorno a Palermo dagli zii paterni: uno mi porta a vedere la Valle dei Templi ad Agrigento, che mi colpisce a tal punto da ispirarmi un “poemetto” nel quale le fatiche di Ercole vengono interpretate in chiave contemporanea.

4. Giorno per giorno uguale a un anno (1982-1983) Durante il servizio di leva compilo il mio diario in poesia che, al di là di un’immaginabile funzione di auto-aiuto psicologico, è anche palestra di esercitazioni su nuove tipologie di verso libero metricamente e foneticamente controllato.

5. Poesie 1983 (1983) Due folgorazioni, quella per Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini e quella per la macchina da scrivere (una classica Olivetti Lettera 22 regalatami da papà), scatenano logorroiche poesie di tono ancora molto adolescenziale, nonostante i 21 anni compiuti.

6. Case degli Usher della mente (1983-1985) Entrano in casa i libri di Allen Ginsberg, Gregoy Corso, William Burroughs e, dagli stessi cestoni della libreria remainder di Rimini dove trascorro ore, l’atlante delle droghe Phantastika di Louis Lewin (1924) o Le porte della percezione di Aldous Huxley (1954). Gli studi sui rapporti fra droghe e letteratura, da Baudelaire a De Quincey, da Artaud allo stesso Ginsberg, mi invogliano a sperimentare delle forme di scrittura semi-automatica dove ad “allargare l’area della coscienza” viene deputato l’ascolto di musiche “efficaci”.

7. Orfeo (1987) Jim Morrison, letto e ascoltato con una certa attenzione, diventa una moderna personificazione di Orfeo (qualche anno dopo, nel 1992, scoprirò che altri aveva avuto la mia stessa – a dire il vero non sconvolgente - intuizione, Lorenzo Minelli con lo spettacolo teatrale Orfeo Morrison. Le memori labbra), in una vicenda dove la perduta Euridice è invece la metafora, per quanto vagamente incarnata in una prostituta, della propria inqueita identità poetica. L’origine orfica della poesia di Salvatore Lo Bue (Mursia, 1983), che essendo fra l’altro mio cugino acquisito – di Palermo – legge il testo in anteprima, ha la sua bella responsabilità nello sgorgare dell’idea.

8. Rifiuti solidi urbani (1988-1989) È accolta per la prima volta in modo palese l’influenza di La terra desolata di Thomas S. Eliot: piccole discariche abusive di comune spazzatura così come grandi piattaforme di cemento per lo smaltimento di rifiuti tossici, navi dei veleni così come depositi di sfasciacarrozze, insomma il panorama del pianeta in balia delle scorie dell’iperproduzione e dell’iperconsumo, immaginati nel ritrovamento degli archeologici di un lontano futuro come le spoglie di misteriosi riti di una civiltà perduta.


9. Festa (1989) Qui il poema di Eliot è preso nella letteralità delle sue fonti antropologiche, e l’idea della festa è ricondotta, attraverso la pericolosa mediazione delle teorie di René Girard (La violenza e il sacro, 1992) e Georges Bataille (La parte maledetta, 1949), a un concetto radicale di “rigenerazione”, di sacrificio come extrema ratio per una società che ha perduto completamente il senso della comunità e dei riti che occorrono a tenerla coesa.

10. Cinquantadue poesie (1990) La partecipazione ad un concorso ha fruttato la possibilità di pubblicare una raccolta di poesie con uno dei tanti piccoli editori che organizzano concorsi per procurarsi polli da spennare, ovvero poeti e scrittori “emergenti” ai quali chiedere un congruo contributo-spese in cambio di un servizio che qualunque tipografo potrebbe svolgere più o meno allo stesso modo. Sono le forche caudine che bisogna attraversare per farsi una ragione: la copertina che ho scelto – una foto scattata presso una delle piccole discariche abusive di monnezza di cui più sopra – sta a dimostrare, forse, che non ero del tutto sprovveduto.

11. Te l’ho mai detto, amore? (1991) L’impegno civile in associazioni per l’educazione alla pace, i diritti umani, la solidarietà internazionale, etc., si fa sentire anche nella poesia: è un aratro bellico, scrivo qui, quello che ha scavato il solco nel quale ci prepariamo (il testo è un’allocuzione diretta a mia moglie) a deporre il nostro seme, il desiderio di un figlio; ed è un sangue “che non mi appartiene / ma mi riguarda”, il sangue di secoli di ingiustizie sui quali è in buona parte fondato il nostro benessere, ad irrigarlo.

Tavola fuori testo Entra in questa scrittura sul passato il presente, il presente della poesia celebrata dalla solita “Giornata mondiale”, 24 ore durante le quali si leggono e si ascoltano più poesie che nei restanti 364 giorni dell’anno. Ma, inseguendo la citazione stupenda di Godard, non sarebbe meglio leggere una poesia al giorno per tutti i 365 giorni del calendario? Nel mio autocompiacente panegirico in venti ottave, un piccolo, opportuno insight scettico.

12. La lingua desiderata. Poesie in dialetto romagnolo (1991- ) Nel dicembre del 1989 seguo a Cervia il convegno “La parola ritrovata. Poesia italiana tra lingua e dialetto” durante il quale ho la possibilità di ascoltare concetti che per me diventeranno in futuro punti di riferimento, fra i quali quello di Mario Luzi (anche se in differita, letto da Gianni D’Elia) circa la sfida della poesia per un recupero del ritardo della parola rispetto al processo di reificazione del mondo, o quello dello stesso D’Elia sul poeta come soggetto capace di parlare a partire dalle cose comuni. A quel convegno partecipa anche Franco Loi, uno dei massimi autori dialettali del Novecento, che difende la sua come una scelta di vicinanza ad una oralità che la lingua italiana non avrebbe di fatto mai avuto. Comincio i miei primi esperimenti in dialetto romagnolo, piuttosto paradossali in quanto esso per me è lingua completamente assimilata dai libri, quasi una lingua straniera. Ma col tempo, a giudicare da diversi premi ricevuti, in ambiti di non eccelsa qualità ma in competizione con poeti tutti dialettofoni, imparo a cavarmela abbastanza bene.

13. Archeologia industriale (1991-1992) In tempi nei quali ragiono intorno all’emergere di una “nuova tirannia del lavoro” ed alla latitanza di categorie di lavoratori ancora abbastanza corpose e delle loro rappresentanze sindacali in materia di elaborazione di nuove strategie culturali del lavoro, resto fulminato dalla disciplina dell’archeologia industriale, incontrata su un libro di Kenneth Hudson letto sul furgone in attesa delle aperture dei negozi alimentari ai quali consegno il pane la mattina presto. Questa architettata raccolta è una specie di storia dell’idea del lavoro nel tempo e della sua graduale trasformazione da elemento concreto di cultura materiale, di identità, di umanità infine, a merce di scambio, a terreno di contratti-ricatti giocati soltanto sulla logora dicotomia tempo-salario. A vedere quel che succede oggi, mi chiedo come sia possibile che nessun teorico si sia reso conto che, mentre questo avveniva, il “capitale” le sue strategie le stava elaborando, eccome.

14. 80 haiku (1992) Un altro incontro quasi fortuito, quello con gli haiku, e soprattutto con le cose molto belle dette sugli haiku da Andrea Zanzotto, Allen Ginsberg, Roland Barthes. Queste brevi poesie in tre versi dove si annulla la tecnica della metafora perché tutto dev’essere calibrato su un gioco di equilibrismo fra la immediatezza di intuizioni e la ingenua profondità di uno sguardo “smentalizzato” sulle cose, sono state una vera scuola di esattezza le cui lezioni non ho mai dimenticato, e non dimentico tutt’ora anche essendo tornato a scrivere in modo totalmente “occidentale”.

15. Sangue del silenzio (1993) Mi ritrovo a pensare, soprattutto per “colpa” di Maurice Blanchot (Lo spazio letterario, Einaudi, 1967), che il silenzio non può essere, per la parola poetica, semplice spazio, pausa, interruzione, né tantomeno un fondale sul quale essa si staglia; e che la parola poetica, rispetto alla quale il silenzio è culla e tomba, fine (finis) e fine (telos), non deve tessersi sopra al silenzio, ma ferirlo, lacerarlo, al punto da uscirne come se ne fosse il sangue. Un atto generativo violento, consapevolmente violento, e proprio per questo rispettoso del silenzio e attento a prodursi in condizioni di vera necessità.

16. Parole nella veglia (1994-1995) “Io intanto ho parole nella veglia sorgenti anima di pietra”: la poesia diventa un mezzo di ricerca dell’identità, per me non una parola alla moda, ma un bisogno al quale non avevo davvero mai pensato prima (un bisogno in quanto non ci avevo mai pensato prima); identità come rapporto con la terra, con il luogo, e con le parole intese nella loro mineralità, nella loro sensualità, nella loro storia; parole che devono risuonare con forza per ciò che significano ma, prima ancora, appunto per la materia di cui sono fatte. La poesia così può aspirare ad essere l’arma di combattimento nella battaglia per la vigilanza rispetto alle cose del mondo ed alle parole per nominarle.

17 – 18. Epigrammi d’agosto (2001) – Epigrammi di gennaio (2003) Nel giro di un anno e mezzo muoiono papà e Silvia, uno a 73 e l’altra a (quasi) dieci anni. Se la morte del padre è un evento al quale un figlio si prepara molto prima che essa avvenga, soprattutto quando come nel mio caso si ha con lui un rapporto di conflitto continuo, e si prefigura già che la morte sarà l’occasione per rimeditare tutti i rimproveri, fatti e non fatti, a lui e a sé stessi, ai suoi errori e ai propri errori; quella di una figlia ancora piccola è un evento al quale non solo, ovviamente, non ci si può preparare, ma che costringe a fare un esame di revisione di tutte le proprie categorie sulla vita, sulla natura, sulla morte (per quanto mi riguarda non sulla fede, che non avevo prima e non ho acquistato dopo). Tuttavia un poeta non riesce a non scrivere, e secondo me l’aiuto che la scrittura può dare sul piano psicologico non c’entra niente: sarebbe ben poca cosa, la poesia, se la si potesse “sfruttare” come terapia del dolore dell’anima. Il ricorso, in entrambi i casi, all’epigramma, può essere visto in chiave negativa (la parola sfugge e non si riesce a metterla insieme che per frammenti) o in chiave positiva (la parola si concentra, cerca di non dilapidarsi, di trovare la massima aderenza possibile tra quel che c’è bisogno di dire e quel che alla fine si dice).

19. Parsifal (2004) Undici anni di letture, studi, riflessioni, tentativi rimasti appesi per aria (due, nel 1993 e nel 2001); poi in una settimana, durante le ferie d’agosto (potrei dire anche “feria” al singolare, dato che il pensiero sul mito espresso da Cesare Pavese fra l’altro anche in quel libro, appunto Feria d’agosto, è entrato in tali studi e riflessioni), è venuto fuori tutto. Il tema è ambizioso, la strumentalizzazione politica del mito; Parsifal è l’incarnazione del mito che si nega, all’ennesima chiamata da parte di qualcuno che se ne vorrebbe servire per collocare le proprie azioni, forse nefande, sicuramente storiche, al di fuori della storia e perciò stesso dal giudizio critico e morale al quale ogni azione storica può essere sottoposta.

 Cesare Iacono Isidoro

 

 

 

 

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